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“Chiesa plurale” o “chiesa delle apparenze”?

Le illusioni e l'inganno della “chiesa plurale”


 

C'è chi esalta le virtù della “chiesa plurale”, la vecchia “chiesa di popolo” di costantiniana memoria, quella grande, tollerante e multicolore società dove, sotto l'ombrello della “fede in Cristo” (liberamente definita) e del “comune battesimo” (ricevuto da neonati), tutto sarebbe permesso (con limiti che si allargano sempre di più nel tempo). In questa “allegra” e “tollerante” famiglia tutti si sentirebbero a casa propria perché essa li accoglie con un grande e caloroso abbraccio ... Che bello! Non è un concetto attraente e promettente di pace e d'amore? Certo, può sembrare “una buona idea”, qualcosa di desiderabile e lodevole, ma si tratta di un'illusione e di un inganno. È questa, però, la chiesa che Gesù Cristo intendeva e che il Nuovo Testamento normativamente delinea?

 

E quanto ci chiediamo leggendo un articolo del past. Stefano D'Archino nel suo sito, che qui riprendo per intero inframmezzandolo con i miei commenti.

 


"Chiese evangeliche: chiese di persone dello stesso tipo o chiese di persone di tanti tipi differenti? Chiese dei soli “i più ferventi” o chiese aperte a tutti coloro che si sentono cristiani secondo l’Evangelo? Chiese di nicchia o chiese di popolo?"

 

  • Esiste una precisa norma biblica per definirsi cristiani, discepoli di Cristo. Esiste “un solo tipo di cristiano” quello che Dio si aspetta da noi e che è definito dal Nuovo Testamento. Questo non è soggetto a “opinioni”.

  • Non ci si può “sentire” di essere qualcosa senza una definirlo chiaramente e dimostrarlo.

  • Il criterio è “l'Evangelo”, ma che significa in pratica? Come si definisce “l'Evangelo”, visto che ci possono anche essere “altri” vangeli e falsi vangeli?

  • Il Nuovo Testamento non parla di una “chiesa di popolo” ma di una chiesa di credenti consapevoli ed impegnati, è un movimento di militanti, non di gestione di un'istituzione conformista.

 

*Le chiese evangeliche riformate sono sempre state chiese che si concepivano come chiese di popolo. Non nel senso di una appartenenza scontata alla chiesa per nascita, ma nel senso di raccogliere le persone più disparate, non solo per condizione sociale o carattere, ma anche per comprensione biblica e per vita cristiana".

 

  • Il concetto di “chiesa di popolo” è mutuato dall'Antico Testamento ed è superato dal Nuovo Testamento.

  • Il concetto di “chiesa di popolo” deriva dal cristianesimo istituzionale che risale alla “cristianizzazione” dell'impero romano ad opera di Costantino, il quale voleva un cristianesimo addomesticato e funzionale alle esigenze del potere politico. Sebbene principi e stati abbiano difeso ed appoggiato la Riforma, le “chiese di stato” che ne sono risultate sono state una sventura non minore del cesaropapismo, perché essenzialmente sempre strumenti del potere e del consenso sociale.

  • Certamente la chiesa raccoglie persone diverse, ma questa diversità non include la loro interpretazione soggettiva su che cosa significhi essere cristiani.

 

"Certamente c’erano e ci sono dei limiti. La comprensione di base dell’annuncio di Gesù Cristo deve esserci, come anche il riconoscersi fratelli e sorelle in lui, ma c’è la volontà di essere insieme come peccatori riconciliati da Dio e non come dei “perfetti” che possono disprezzare gli altri. Anzi, come afferma la Seconda Confessione Elvetica: «bisogna sperare bene di ognuno», quando si parla di salvezza".

 

  • La salvezza per grazia non è un tollerante “colpo di spugna” sui peccati di tutti, ma implica serio ravvedimento e fede impegnata.

  • Non si pretende la “perfezione”, ma il serio impegno di ciascuno alla santificazione secondo i criteri biblici.

  • La “presunzione di salvezza” di cui parla la Confessione riguarda il concetto di predestinazione, realtà che non può essere determinata da noi, ma non è una scusa per non applicare ai membri della chiesa la disciplina biblica, che giustamente discrimina e mette “un minimo di ordine” nella chiesa e in chi pretende di farne parte.

 

"Il contrasto spesso drammatico con gli anabattisti, che vide alcuni riformatori fra gli uccisori, era in fondo legato a questa visione differente della chiesa. Il ri-battesimo era negare valore al battesimo dei bambini, per dare valore solo a quello di alcuni “particolarmente” credenti. Era in fondo la volontà di dare il via ad una chiesa particolare e non generale, rinunciando alla visione di chiesa come popolo di Dio per aderire a quella del residuo “santo” di quel popolo".

 

  • Certo, la “chiesa di popolo” è una “visione differente” di chiesa, differente da ciò che afferma il Nuovo Testamento, differente perché funzionale alle ambizioni del potere politico che così voleva “addomesticare” la gente.

  • Il battesimo è “dei credenti”, non di quelli “particolarmente credenti”. O si è credenti secondo i canoni del Nuovo Testamento o non lo si è affatto.

  • La chiesa è particolare perché è composta da coloro che l'Evangelo ha chiamato ad uscire fuori dal mondo e vi hanno consapevolmente risposto. È sicuramente la chiesa del “residuo santo”.”Santo” qui non vuole dire “perfetto”, ma consacrato, dall'identità morale e spirituale ben definita.

  • Ben volentieri rinunciamo alla visione di “chiesa popolare”, quella che include non solo le pecore di Cristo, ma anche ogni altra sorta di “animali” persino feroci. La chiesa di Cristo non è l'arca di Noè. In un altro senso è “l'arca di Noè” perché salva coloro che hanno accolto l'invito alla salvezza e sono “saliti” sull'arca. Essa non ha incluso la massa degli increduli e dei malvagi, che, di fatto, per il giudizio di Dio è annegata... Non è stata costretta a salirvi!

 

"Il problema, allora come oggi, è dover decidere chi fosse “particolarmente” credente. Occorre pur sempre un qualche criterio che in base a qualche evidenza esterna all’individuo possa dire con certezza chi è “veramente” credente. Si vede subito, però, non solo che si pretende di giudicare l’animo di una persona, ma anche che si rischia di buttar via l’annuncio della salvezza per grazia, per ricadere nel perseguire opere per la salvezza".

 

  • Non si tratta di decidere chi è “particolarmente” credente, ma chi sia credente secondo i criteri della Parola di Dio. Possono essere criteri più o meno vasti, ma criteri pur sono e non corrispondono a quelli utilizzati normalmente nelle “chiese di popolo”.

  • “Evidenze” della fede e disciplina ecclesiastica sono concetti biblici e non contraddicono l'annuncio della salvezza per grazia, a meno che tale si intenda il concetto liberale ed umanistico di salvezza universale.

  • Il Nuovo Testamento ci esorta a “non giudicare” non come come un invito a non giudicare in senso assoluto, ma a non giudicare ingiustamente. Giudizio e discernimento sono concetti biblici, legittimi e necessari.

 

"Inoltre giudicando non degni gli altri, non si combatte affinché tutta la chiesa-popolo confessi di cuore come unico Signore e Salvatore Gesù Cristo, magari esercitando una riprensione fraterna a vicenda, gli uni verso gli altri, nel corso del tempo, come si deve nella complessità della vita umana".

 

  • Il dovere di giudicare non la dignità ma la conformità della chiesa ai criteri biblici è fondamentale: Non giudicate secondo l'apparenza, ma giudicate secondo giustizia” (Giovanni 7:24). “Esaminate voi stessi per vedere se siete nella fede; provate voi stessi. Non riconoscete voi stessi che Gesù Cristo è in voi? A meno che non siate riprovati” (2 Corinzi 13:5). La “chiesa di popolo” sì che giudica “secondo le apparenze” che tutti sarebbero cristiani. Essa è “la chiesa delle apparenze”.

  • La “chiesa di popolo” non combatte affatto per l'unità della fede evangelica, ma per un insipido ed evanescente “minimo denominatore” si riduce sempre di più fino a smaterializzarsi in un vago umanesimo buonista.

  • La riprensione fraterna non è possibile nella “chiesa di popolo”. La riprensione fraterna, di fatto, è “politicamente scorretta”. Perché riprendersi a vicenda se praticamente tutto è ammesso e non esistono criteri di giudizio oggettivi? Su quale base avverrebbe? Certo, bisogna fare i conti con “la complessità della vita umana” ma può diventare una scusa.

 

"Questo atteggiamento è anche quello che ha fatto partire l’ecumenismo fra evangelici e quindi con gli altri cristiani".

 

  • L'unità spirituale di ogni autentico cristiano è un dato di fatto. Certo ecumenismo moderno opera su un minimo denominatore cristiano sempre più inconsistente e si conforma sempre di più con il relativismo appiattendosi su “valori comuni” funzionali all'ideologia umanistica.

  • .Promuove e giustifica il formalismo e l'ipocrisia.

 

"Adesso, però, da più parti si dice che questo modello di chiesa evangelica riformata è in crisi. In crisi non solo rispetto alla secolarizzazione, ma soprattutto rispetto alle chiese libere (come si dicono in Svizzera le chiese non cantonali, che di solito hanno una visione non plurale)".

 

  • È un dato di fatto che le chiese riformate siano in crisi stanno assottigliandosi sempre di più, “sciogliendosi” nel mondo con il quale si conformano e perdendo la loro identità e rilevanza. Chi lo rileva sono gli stessi loro sinodi che cercano disperatamente di porvi rimedio, ma non come le Scritture li guiderebbero.

  • Sono portabandiera di un “pensiero debole” che soddisfa sempre di meno. Molti ritrovano proprio nelle chiese libere ciò che quelle cantonali non sanno o non vogliono più dare.

 

"Mi sembra che questa presunta crisi non sia una questione di rapporto con la Scrittura, alcuni infatti accusano le chiese riformate di essere troppo “liberali”, mentre all’interno delle chiese cantonali ci sono vari orientamenti, anche letteralisti o comunque “classici”, ma mi sembra che il problema vada visto proprio in rapporto alla visione non anabattista: sembra più semplice al giorno d’oggi fare gruppi omogenei di persone, piuttosto che far convivere insieme, ed in fraternità, persone con convinzioni diverse".

 

  • Coloro che sostengono “orientamenti classici” nelle chiese cantonali, nonostante il conclamato pluralismo (a senso unico), di fatto vengono emarginati, fatti tacere ed esclusi ad ogni livello, proprio mentre i “liberali” occupano tutti i posti di potere e di influenza. Se i “classici” non si conformano alla linea prevalente, se “non tengono per sé le loro opinioni” accettando la linea ufficiale, vengono ben presto “buttati fuori”, considerati “altro”, “non dei nostri” (e di fatto è così).

 

"Si fanno chiese evento per i giovani, piccoli gruppi di preghiera omogenei, si delinea il ritratto del perfetto membro di una certa chiesa anche attraverso dettagliatissime confessioni di fede, così come si fa la discoteca per i giovanissimi e quella per i giovani, e ci si ritrova fra persone con lo stesso hobby, dello stesso gruppo sociale, e ci si riconosce in base ai propri distintivi, tipo di pantaloni, modo di parlare, musica da ascoltare…".

 

  • La confessione di fede promuove e difende la chiesa e la sua identità, così com'è sempre stato. Anche le chiese liberali definiscono in modo più o meno esplicito la loro confessione di fede, ma non è più in termini biblici, e guai a chi non si piega ad essa!

  • L'uniformità culturale è senz'altro un male, ma riguarda tendenze estreme. È facile il gioco di rilevare gli errori di frange estreme delle chiese conservatrici e dire che tutte fanno così, ma non è il caso.

 

"Ecco la sfida delle chiese cantonali mi sembra essere quella di ribadire la loro visione “plurale” e accogliente di varie istanze cristiane evangeliche, rispetto alla cultura dell’uniformità. È un messaggio quello delle chiese evangeliche riformate non moderno, ma di grande speranza: si può essere insieme pur con le proprie differenze, per vivere e rendere gloria al Signore fraternamente come un popolo in cammino verso di lui".

 

  • Lo spirito che queste chiese vantano d'avere è del tutto illusorio e mortifica la carica profetica e anticonformista che la chiesa di Cristo dovrebbe avere. Rimesta “un minestrone” sempre più liso, privo si sapore e di sostanza. Questo tipo di chiesa non ha alcun futuro e non può dare alcuna speranza. Illude chi è cieco o non vuole convenientemente vedere il suo carattere fallimentare.

 

"Non indifferenti verso gli altri, imparando dagli altri, essendo solidali con gli altri, anche se non ci identifichiamo al 100% con gli altri. E dunque avvalendosi del diritto-dovere di vivere con tutti secondo quell’amore che Gesù ci ha insegnato".

 

  • Il cristiano che vuole essere fedele alla Bibbia si prende cura degli altri, prova ogni cosa e ritiene il bene, è solidale con le sofferenze degli altri, ma non vuole avere alcuna comunione morale e spirituale con ciò che non è conforme con la volontà di Dio. “Non vi mettete con gli infedeli sotto un giogo diverso, perché quale relazione c'è tra la giustizia e l'iniquità? E quale comunione c'è tra la luce e le tenebre?” (2 Corinzi 6:14).

 


Indubbiamente la cosiddetta “chiesa plurale” è una chiesa molto “in sintonia con i tempi”, esaltando come fa il relativismo dottrinale ed etico, come pure “la tolleranza”. E' una chiesa priva di confessione di fede dove, sotto l'egida di un generoso “amore evangelico”, di un generico riferimento a Cristo (il cui contenuto praticamente ciascuno definisce come vuole), è espressamente intesa come un ricco supermercato, dove ciascuno può trovare ed acquistare il prodotto che più desidera con tanto di marchio ed approvazione “della ditta”. E' una chiesa indubbiamente comoda per le istituzioni politiche (perché è una chiesa che non disturba e che, anzi, sostiene funzionalmente il sistema al quale è ammessa a farne parte). 

 

Questa “chiesa di popolo” non la riconosciamo come l'autentica chiesa di Cristo e di essa non abbiamo alcun bisogno. La riteniamo un ostacolo ed un tradimento “per la fede, che è stata trasmessa una volta per sempre ai santi” (Giuda 3) per la quale dobbiamo strenuamente lottare, qualcosa decisamente da smantellare. Se non è possibile una riforma radicale suscitato da un risveglio spirituale, dobbiamo prescinderne e creare qualcosa di alternativo.

 

Paolo Castellina, 07/04/08

 

 

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