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remarriageSei divorziato: puoi risposarti?Il Nuovo Testamento sembra permettere il divorzio in alcuni pochi casi. Ammette, però, che ci si possa risposare?
Vi sono tre brani del Nuovo Testamento che riguardano più direttamente il divorzio e le seconde nozze. Quando li si esamina con cura, essi provano di essere più esigenti e meno restrittivi sulla questione del divorzio e del nuovo matrimonio rispetto a ciò che gli evangelicali hanno spesso riconosciuto.
Luca 16:18 è molto ardito e diretto. Esso sembra risolvere la questione molto in fretta: "Chiunque manda via la propria moglie e ne sposa un'altra, commette adulterio; e chiunque sposa una donna mandata via dal marito, commette adulterio". Sia divorzio che seconde nozze sono del tutto sbagliati e da respingere. E' così?
La maggior parte degli studiosi del Nuovo Testamento sono d'accordo sul fatto che il versetto in questione sia un'abbreviazione di un detto di Gesù che appare nella sua forma più piena in Matteo 5:31,32 nel Sermone sul Monte. Dopo avere contestato la pratica del Giudaismo della Sua epoca, Gesù osserva: "È stato pure detto: 'Chiunque ripudia la propria moglie, le dia l'atto del divorzio'. Ma io vi dico: Chiunque manda via la propria moglie, eccetto in caso di fornicazione, la fa essere adultera e chiunque sposa una donna ripudiata commette adulterio". E' da notare qui come Gesù chiaramente ammetta che vi siano delle circostanze che legittimano il divorzio. Un matrimonio continua ad essere valido fintanto che una delle parti pregiudica e dissolve così l'unione attraverso l'infedeltà . La cosiddetta "clausola derogatoria" appare qui in Matteo 5 ed ancora in Matteo 19, ma non in Marco e Luca.
In un brano simile, Marco 10:11,12, Gesù allarga la prospettiva del suo insegnamento per mostrare come una tale dissoluzione del matrimonio possa applicarsi al comportamento sia dell'uomo o della donna (anche se, nell'usanza giudaica, le donne non potevano chiedere un divorzio, Gesù, nella Sua accusa, include pure le donne): "Allora egli disse loro: «Chiunque manda via la propria moglie e ne sposa un'altra, commette adulterio contro di lei. Similmente, se la moglie lascia il proprio marito e ne sposa un altro, commette adulterio»". Più letteralmente "commette adulterio contro di lei" si potrebbe rendere con: "lei è adulterizzata", cioè, se si divorzia da una donna senza giusta causa, lei viene lasciata in un matrimonio valido. Risposarsi, per lei, sarebbe quindi considerato adulterio. Nel dire questo, Gesù potrebbe avere avuto in mente la pratica da parte di alcuni uomini di liberarsi legalmente della propria moglie senza giusta causa, col risultato di sfruttarla.
Come si può applicare oggi, però, questa "clausola derogatoria"? Forse che Gesù la legittimità del divorzio, ma non le seconde nozze per il partner innocente? Nella società giudaica del tempo di Gesù, si permettevano sempre le seconde nozze per la parte innocente, a meno che non lo si proibisse per qualche ragione particolare. L'infedeltà , quindi, renderebbe invalido un matrimonio, dato che un divorzio valido cancellerebbe il vincolo matrimoniale e permetterebbe alla parte innocente di risposarsi esattamente come una persona single.
Gesù, nei comandi radicali del regno, prende il divorzio molto seriamente. Il peccato viene denunciato seriamente ma, al tempo stesso, non c'è e non ci dovrebbe essere alcuna condanna per l'innocente.
"Perché Mosè permise il divorzio?"
Il secondo testo cruciale è Matteo 19:8,9 (vedasi anche Marco 10:21). Qui troviamo dei Farisei che vorrebbero mettere alla prova Gesù al riguardo della legge sul matrimonio. Gesù difende il carattere permanente del matrimonio facendo appello alla Genesi - cioè che "i due diventeranno una sola carne". Rispondendo alla domanda sul perché Mosè permise il divorzio, Gesù replica: "Per la durezza dei vostri cuori Mosè vi ha permesso di ripudiare le vostre mogli, ma da principio non era così. Or io vi dico che chiunque manda via la propria moglie, eccetto in caso di fornicazione, e ne sposa un'altra, commette adulterio; e chi sposa colei che è stata mandata via, commette adulterio".
Si noti qui ancora come Gesù includa la "clausola derogatoria" che legittima il divorzio sulla base dell'infedeltà del proprio partner. Qui il problema ha a che fare con le leggi giudaiche che permettevano liberamente agli uomini di allontanare le proprie mogli, spesso sulla base di motivi pretestuosi. Un grande rabbino, Shammai, insegnava che l'unica base per un divorzio fosse l'infedeltà sessuale o adulterio. Il rabbino Hillel, però, era più generoso: "Un uomo può divorziare sua moglie se lei brucia la sua zuppa ... o rovina una sua pietanza". Il rabbino Akiba insegnava che un divorzio era accettabile: "Se lui trova una donna più bella di sua moglie". Simili divorzi lasciavano le donne, in una società prevalentemente maschilista, in totale rovina.
Gesù si oppone a tali divorzi di convenienza. Egli pure si oppone all'insegnamento che un uomo possa divorziare da sua moglie solo sospettando un possibile tradimento. Si consideri la reazione di Giuseppe quando apprende dell'inaspettata gravidanza di Maria. Gesù corregge simili situazioni trovando che tali comportamenti siano del tutto intollerabili. Mosè non comanda al suo popolo di divorziare dalle proprie mogli, ma lo permette. Il trampolino di un'azione giusta non dovrebbe essere la durezza del cuore, ma la carità . Gesù afferma una volta ancora che se la donna ha fatto qualcosa che irreparabilmente pregiudica il matrimonio, il divorzio è legittimo. Non si tratta, però, di una reazione necessaria.
Sono molti oggi che equivocano questo particolare testo biblico e gli fanno dire quanto segue: (1) Non si può divorziare dalla propria moglie a meno che lei non sia stata infedele; (2) Chiunque si risposa commette adulterio. Questo, però, non è il significato inteso. Il verbo attivo, qui, è "commette adulterio" e l'intera frase dovrebbe essere fatta stare assieme. Il testo dovrebbe essere letto così: "Chiunque fa il seguente commette adulterio: divorzia da sua moglie (eccetto che in caso di immoralità ) e si risposa con un'altra". Qui il giudizio non è posto su qualcuno che si risposa, ma su qualcuno che si risposa dopo aver conseguito un divorzio illegittimo. Anche il contrario è vero: se il divorzio è valido, allora le seconde nozze devono essere considerate accettabili, proprio come era pratica comune allora fra gli ebrei.
"Non è più obbligato verso quel matrimonio"
Un terzo brano importante si trova in 1 Corinzi 7, dove Paolo discute il matrimonio cristiano. Egli fa eco all'insegnamento di Gesù, dicendo che mariti e mogli non possono semplicemente lasciarsi ma devono operare ai fini della riconciliazione. Poi Paolo affronta un argomento che era estraneo a Gesù ed ai vangeli. Che dire se un uomo o una donna cristiani hanno un partner pagano? Potrebbe sussistere un'unione spirituale fra due persone delle quali una adora degli idoli? Paolo afferma che i cristiani non dovrebbero chiedere un divorzio per le deficienze spirituali del proprio partner: "Ma agli altri dico io, non il Signore: se un fratello ha una moglie non credente, e questa acconsente di abitare con lui, non la mandi via" (12). La presenza di un cristiano in una coppia, dice Paolo, porta in sé la speranza della salvezza dei figli e dell'intera famiglia.
Paolo, poi, fa un'eccezione alla regola di Gesù sul divorzio. Se il partner incredulo abbandona il matrimonio, quello innocente deve operare ai fini della riconciliazione (vv. 10,11), ma alla fine "non è più obbligato". Questa espressione nel versetto 15 è di cruciale importanza. La parte innocente non è più in obbligo verso quel matrimonio, e questo include sia donne che uomini. Questa regola fa eco direttamente alla legge giudaica sul matrimonio: "non obbligato" significa che la persona innocente è libera di risposarsi.
Paolo persino rafforza il suo pensiero in 7:26-28: "A motivo della imminente avversità , ritengo dunque che sia bene per un uomo di rimanere così. Sei legato ad una moglie? Non cercare di esserne sciolto. Sei sciolto da una moglie? Non cercare moglie. Tuttavia, anche se prendi moglie, tu non pecchi; e se una vergine si marita, non pecca; ma tali persone avranno tribolazione nella carne; ora io vorrei risparmiarvi ciò". Il "sei sciolto da una moglie" più letteralmente si potrebbe tradurre: "Tu sei liberato da una moglie", cioè, qualcuno il cui matrimonio è stato sciolto (cioè, se era sposato ed è divorziato). Paolo preferisce rimanere single a causa delle avversità che dovevano allora soffrire i cristiani, ma se questo divorziato si risposa, secondo il versetto 28, egli non pecca.
Per riassumere, Paolo aggiunge un'ulteriore ragione per un divorzio valido: l'essere stato abbandonato da un partner che non condivide la sua fede. In tale caso, sebbene il coniuge cristiano non dovrebbe chiedere un divorzio, o se è vittima di un divorzio, può liberamente risposarsi.
"Marito di una moglie"
Per finire, Paolo fa alcune osservazioni sulla natura del matrimonio nelle sue lettere pastorali che riflettono la questione del divorzio e delle seconde nozze. Sia in 1 Timoteo 3:2 che in Tito 1:6, Paolo stabilisce che il vescovo (o pastore) e l'anziano (così in Tito) deve essere "marito di una sola moglie". Questo significa forse: "sposati una volta sola"? Diverse organizzazioni cristiane squalificano così dal ministero potenziali pastori o conduttori di chiesa che siano stati divorziati. E' questo, però, ciò che qui intende Paolo? No.
In primo luogo, quello a cui molto probabilmente Paolo si riferisce è la poligamia. Sebbene avere più di una moglie non fosse legale secondo la legge romana, questo era di fatto legale nel Giudaismo palestinese anche se la norma era la monogamia. La tradizione orale giudaica, di fatto, giustifica qualcuno che abbia fino a 18 mogli.
In secondo luogo, evidenze tratte dalla società greco-romana indicano che alcuni uomini avevano delle concubine, anche se esse erano illegali nella società greco-romana. Paolo, così, rende assolutamente chiaro il punto: gli uomini cristiani devono essere puri e morali nei loro rapporti matrimoniali. Egli cerca dei responsabili di chiesa che abbiano una vita familiare stabile.
Il Nuovo Testamento, quindi, ci dice che il matrimonio debba essere considerato una istituzione divina fra un uomo ed una donna. Esso dev'essere monogamo e permanente. Esistono, però, eccezioni dove il divorzio può essere considerato valido: quando una moglie è infedele e quando il partner incredulo abbandona il tetto coniugale. In ciascun caso, il matrimonio viene dissolto ed il partner innocente è libero di risposarsi.
Il divorzio è il tragico risultato di ciò che diventa l'umanità quando lotta contro il peccato e la sua potenza distruttrice. Ogni qual volta un matrimonio fallisce, dovremmo rattristarcene come un fatto tragico. Non c'è però errore così grave che non possa essere perdonato. Non c'è peccato che si ponga al di là della possibilità della grazia.
Allo stesso modo, il nostro Dio è un Dio di rinnovamento e di ristabilimento. In alcuni casi questo significa ristabilire un matrimonio nella partnership originaria. In altri casi - e sono oggi molti - questo vuol dire che un nuovo matrimonio è un'opportunità di rinnovamento e una nuova speranza. Ecco perché le chiese e le istituzioni cristiane sbagliano quando indiscriminatamente negano la possibilità che un responsabile di chiesa si risposi dopo aver subito un divorzio. Questa posizione non solo nega lo spirito del ministero di Gesù, ma non comprende l'estensione della grazia di Dio verso un mondo pieno di tragiche fratture ad ogni livello.
Da: "Directions: You're Divorced—Can You Remarry?" del Dott. Gary M. Burge, professore presbiteriano di Nuovo Testamento al Wheaton College and Graduate School in Wheaton, in: http://www.ctlibrary.com/ct/1999/october4/9tb082.html
Divorzio e nuovo matrimonio da Agostino a ZwingliIn che modo la comprensione biblica del matrimonio è cambiata - ed è rimasta la stessa - attraverso la storia
Di Michael Gorman
La chiesa post-apostolica
Nella chiesa antica sono molte le voci che parlano di argomenti come matrimonio, divorzio e nuove nozze, ma il loro messaggio è univoco. Il matrimonio cristiano, essi dicono, è un vincolo indissolubile. Il divorzio, con l'implicito diritto al nuovo matrimonio, non era un'opzione per le coppie cristiane (sebbene Origene ammette che esisteva una certa tolleranza). Lo era, però, la separazione. Il nuovo matrimonio dopo una separazione era considerato adulterio punibile o bigamia - talvolta piû per le donne che per gli uomini. Persino il nuovo matrimonio dopo la morte del proprio partner era considerato con sospetto dai padri della chiesa e dai concili, equivalente ad un "adulterio sotto mentite spoglie", secondo le parole di Atenagora. Nel caso dei matrimoni religiosamente "misti", i concili della chiesa avevano una posizione più moderata, invocando il cosiddetto privilegio paolino della separazione permissibile (1 Corinzi 7) come base legittima per permettere ad un neo-convertito di chiedere il divorzio da una partner pagana e poi sposare una cristiana.
Agostino è il primo teologo a chiamare il matrimonio un sacramento, o mezzo della grazia. Egli basa la sua argomentazione in parte sull'uso del termine latino sacramento, che traduce il greco mysterion di Efesini 5. Egli si oppone a coloro che vorrebbero permettere il matrimonio della parte innocente nel caso di adulterio e rende indissolubile il matrimonio cristiano, persino dopo un adulterio, facendo di questo lo standard della chiesa in Occidente.
Le chiese orientali, sotto l'influenza della legislazione imperiale, erano più moderate. Generalmente permettevano il divorzio e un nuovo matrimonio dopo un adulterio ed altre serie trasgressioni. Sebbene durante il basso Medioevo, pochi concili ecclesiastici in Occidente cominciano a permettere il nuovo matrimonio dopo un adulterio o una lunga separazione, la posizione di Agostino, ora prevalente in Occidente e il consenso sulla sacramentalità del matrimonio, si consolida e sviluppa con l'autorevole conferma di Tommaso D'Aquino, dal XIII secolo. Durante lo stesso periodo si sviluppa un'alternativa molto limitata al divorzio, chiamata annullamento, la dichiarazione ufficiale di un tribunale ecclesiastico che un legame matrimoniale non era mai veramente esistito, nonostante le apparenze esteriori del contrario.
I Riformatori
I Riformatori protestanti, facendo ritornare la chiesa all'insegnamento biblico, respingono sia la natura sacramentale del matrimonio, che l'assoluta indissolubilità del matrimonio cristiano. Secondo la Bibbia, come essi mettono in evidenza, il matrimonio è certamente santo e in principio indissolubile. Vi sono, però, certe circostanze che infrangono il vincolo matrimoniale e permettono, così, il divorzio ed un nuovo matrimonio.
I Riformatori, però, non sono d'accordo su quali siano le basi (scritturali o di altra natura) per il divorzio. Fermo assertore della fedeltà come primaria virtù cristiana, Lutero giunge però a riconoscere il divorzio come ammissibile come misura estrema in caso di infedeltà , impotenza, rifiuto di rapporti sessuali, ed abbandono. Egli difende con forza la possibilità di nuove nozze per il partner offeso. Melantone, collega di Lutero, limita le basi del divirzio all'infedeltà ed all'abbandono, sulla basse della "clausola derogatoria" di Matteo ed il "privilegio paolino". Allo stesso modo i riformatori Calvino e Beza permettono il divorzio dopo l'adulterio del partner e, con più esitazione, per abbandono sulla base di inconciliabili differenze religiose. Nel 1561 la città calvinista di Ginevra approva una legge che ammette il divorzio, fallito ogni altro tentativo di riconciliazione, per queste sole due ragioni.
I Riformatori radicali, come gli Anabattisti e gli Hutteriti, riconoscono l'adulterio come base legittima del divorzio sulla base di Matteo 5, ma sono divisi sul "privilegio paolino". A differenza dei Luterani e dei Calvinisti, i Riformatori radicali generalmente non permettono un nuovo matrimonio dopo un divorzio. Un atteggiamento più liberale verso il divorzio viene assunto da Zwingli a Zurigo e da Bucero a Strasburgo. Zwingli credeva che la causa di adulterio in Matteo 5 era intesa solo come uno fra gli esempi possibili ai quali potevano essere aggiunte altre cause legittime, come l'abbandono, il pericolo alla propria integrità fisica e la follia.
Bucero va oltre, diventando il primo leader cristiano a permettere il divorzio consensuale. Largamente in reazione alla liberalità protestante, nel 1563 la Chiesa cattolica romana, al Concilio di Trento, rende l'indissolubilità di un matrimonio cristiano consumato una legge canonica. Divorzio e nuove nozze sono così ufficialmente banditi anche nei casi di adulterio, sebbene ammettesse separazioni a lungo termine.
La Confessione di Fede di Westminster (1646), pur evidenziando la santità ed indissolubilità in principio del matrimonio, come pure l'impegno a sostenerla, ammette la possibilità del divorzio come eccezione alla regola, e quindi delle nuove nozze nei limitati casi di cui già parlavano i Riformatori. Introduce il concetto che dopo un legittimo divorzio, l'ex-coniuge (offensore) è da considerarsi "come se fosse morto".
"L'adulterio e la fornicazione scoperti dopo un contratto e scoperti prima del matrimonio sono un motivo legittimo perché la parte innocente possa annullare il contratto. Nel caso di adulterio dopo il matrimonio, la parte innocente può legittimamente iniziare una causa di divorzio e, dopo il divorzio, sposare un altro come se l'offensore fosse morto" (24:5); "Anche se la corruzione dell'uomo è tale che tende a trovare motivi per separare ingiustamente quelli che Dio ha unito in matrimonio, tuttavia nessun motivo, tranne l'adulterio o l'abbandono volontario tale che non possa essere riparato né dalla Chiesa né dal autorità civile, è una causa sufficiente per la dissoluzione del legame matrimoniale. Nel fare ciò bisogna seguire un procedimento pubblico ed ordinato e far si che le persone coinvolte non siano abbandonate alla propria volontà o discrezione per quanto riguarda il loro caso" (24:6).
Ripercussioni della Riforma
Forse l'aspetto più significativo della prassi promossa dalla Riforma è la conseguente e non intesa secolarizzazione del matrimonio e del divorzio. Lutero, per esempio, credeva che il matrimonio, benché santo, fosse solo un avvenimento civile.
I paesi "calvinisti" e "luterani" stabiliscono leggi sul matrimonio e sul divorzio fondate sulle loro preferenze religiose e le chiese protestanti in quanto chiesa non regolano più divorzio e nuove nozze. Con la sempre più grande secolarizzazione di questi paesi, soprattutto in Occidente, il matrimonio giunge ad essere considerato solo come un contratto civile, e le leggi sul divorzio e nuove nozze sempre più liberali. Questo processo culmina nella seconda metà del XX secolo, lasciando la maggior parte delle chiese protestanti dove si trovano oggi, prive, cioè di particolari regolamenti interni per quanto riguarda matrimonio e divorzio validi sia per i membri di chiesa che per i responsabili delle chiese.
La legge civile regola funzionalmente i matrimoni, i divorzi e i nuovi matrimoni nelle chiese protestanti. E' forse ironico che il tentativo dei Riformatori di ritornare all'insegnamento biblico sul matrimonio e sul divorzio ha condotto a questa situazione molto secolarizzata - nonostante l'esistenza continuata delle cerimonie ecclesiastiche. Non sarebbe sorprendente se una comunità cristiana rinnovata trovi necessario essere maggiormente selettiva su ciò che riconosce come base legittima per il divorzio.
PC. 21.10.07 |
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